Siamo vittime e colpevoli, sempre in lotta tra ciò che vorremmo pensare di fare e ciò
che realmente facciamo. Perché rientrare nei canoni di tutti ha ormai assorbito il nostro campo decisionale e l'omologazione non è più solo un grido di dolore pasoliniano ma un triste, presente, “stato delle cose”.
Così, al grido de “la mente non si spegne, semplicemente si accomoda”, abbiamo dato il via a questa avventura che punta ad influenzare lo “stato delle cose”, in modo che lo “Stato Politico” rimanga la culla nella quale allevare il bene collettivo. Perché se esso è debole il conflitto è assicurato.
Il presente dei festival ha già superato il proprio tempo netto di svolgimento ed oggi induce la gente a misurarsi con il piacere del sapere, del conoscere, del capire, del sentire e del provare. Agisce fuori dai “luoghi della dottrina”, rappresentati da istituti deputati alla trasmissione di un messaggio normalizzato, generando occasioni di incontro permanenti e nuove polarità urbane della cultura.
Abbiamo in mente l’introduzione di Bonami a “Sogni e Conflitti, Biennale d’Arte di Venezia del 2003” (“…la volontà è far sì che l’evento si trasformi in un grande corpo all'interno del quale si manifestano le anime diverse e autonome del mondo contemporaneo”), quando dichiariamo che lo scopo di questo festival è “non avere vincitori”; è mettere in scena conflitti “buoni” (i dialoghi) che alimentino quel magico momento innovatore che si chiama creatività; è svelare la crisi prima di un grande cambiamento e misurare le interdipendenze di cui si è ostaggi accondiscendenti.
Sono buoni i conflitti di valori, indispensabili per l’affermazione della cultura; sono cattivi i conflitti di interessi, inevitabili per l’affermazione di guadagni economici. Ma insieme fanno sì che un mondo esista e continui ad esistere in tutte le sue forme anche dopo una guerra, che rappresenta la faccia peggiore del conflitto. Essa si fa sempre accompagnare da un “grande silenzio”, in primis delle coscienze.
Il nuovo ruolo di un festival è quindi quello di dare luce e voce ai fatti, di rendere l’uomo meno cieco e meno sordo: noi lo vorremmo anche più consapevole. Proponiamo quindi una cultura che riparta dai “luoghi aperti”, per svelare il nascosto, ciò che è dimenticato, tralasciato, refuso. Il festival intende aprire alla disciplina e al dibattito, alimentare nuovi percorsi della coscienza, delle idee e dell’agire quotidiano; non per replicare il conosciuto, ma semmai, per “scomodarlo” prendendosi una rivincita su tutto ciò che facilmente definisce il Reale, scartando il Possibile.
“C’è un futuro da immaginare e da costruire” dice Rullani. E allora Comoda_mente, mattone su mattone, produca il legante di una conoscenza nuova, complessa, contemporanea, pronta al confronto, non al conflitto! Per questo …”io chiedo quando sarà che un uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare, e il vento si poserà”.
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